Sul brigantaggio

di Marina Carrese   Il 7 settembre 1860, Garibaldi entrava in Napoli alla testa delle sue truppe rivoluzionarie, per imporre il nuovo ordine istituzionale al popolo del Regno delle Due Sicilie. Non si trattò della prima sollevazione armata popolare in assoluto, poichè già altri scontri si erano avuti in altre zone, ma la data rende significativa la vicenda di Montemiletto, perché indica che sin dall’inizio il nuovo regno d’Italia, non ancora ufficialmente nato, ebbe contro quel popolo in nome del quale pretendeva di legittimarsi agli occhi delle potenze europee. Quello stesso giorno, a Montemiletto, nell’avellinese, ebbe luogo una sanguinosa azione di guerriglia antiunitaria, alla quale prese parte l’intera popolazione, contadini, artigiani, donne e briganti. Così pure il 21 ottobre, giorno del plebiscito, si ebbero sollevazioni popolari praticamente in tutte le province e, fino alla resa di Gaeta, una sorta di insurrezione permanente fiancheggiò le operazioni dell’Esercito borbonico, in tutta la…

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Un gulag tra le Alpi

“Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili: Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio” (G. Garibaldi). Questa vera e propria confessione del cosiddetto “eroe dei due mondi” la dice lunga su quello che è stata l’occupazione piemontese delle regioni già facenti parte del Regno delle Due Sicilie. Un’occupazione tanto feroce da farsi bollare per bocca di un politico non certo sospettabile di simpatie reazionarie, Antonio Gramsci, con queste terribili parole: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”. In realtà non furono solo i contadini poveri a pagare il prezzo dell’occupazione sabauda. Una sorte terribile…

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Quel “grido” era in francese!

Il 10 gennaio 1859, Vittorio Emanuele II re di Piemonte, in conclusione del discorso della corona al Parlamento piemontese, pronunciò la celebre frase del “grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva”, che fu il segnale d’apertura della stagione risorgimentale e che servì per giustificare l’invasione, l’occupazione e l’annessione del Regno delle Due Sicilie e del resto d’Italia. In realtà, stando ai documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Torino e citati da ricercatori, parrebbe che la celebre frase non sia scaturita della vena lirica di Vittorio Emanuele (effettivamente poco incline alle raffinatezze della cultura, per quanto si sa) bensì di Napoleone III Imperatore di Francia, e l’ipotesi sarebbe avvalorata dai testi originali con le correzioni a mano di un breve scambio epistolare tra Cavour e i due sovrani, custoditi nell’Archivio piemontese. Per dirla in poche parole, Cavour avrebbe sottoposto a Napoleone il testo del discorso da lui…

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Perché divennero “briganti”

di Gennaro De Crescenzo   “Merito la morte perché sono stato assai crudele contro parecchi che mi caddero tra le mani; ma merito anche pietà e perdono perché contro mia indole mi hanno spinto al delitto. Ero sergente di Francesco II e ritornato a casa come sbandato mi si tolse il brevetto, mi si lacerò l’uniforme, mi si sputò sul viso e poi non mi si diede più un momento di pace facendomi soffrire sempre ingiurie e maltrattamenti: si cercò pure di disonorarmi una sorella, laonde accecato dalla rabbia e dalla vergogna non vidi altra via di vendetta che quella dei boschi, e così per colpa di pochi divenni crudele e feroce contro di tutti ma io sarei vissuto, se mi avessero lasciato in pace. Ora io muoio rassegnato, e Dio vi liberi dalla mia sventura”. Perché divennero briganti? Lo spiega Pasquale Cavalcante di Corleto prima di morire fucilato come…

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Opere pubbliche di Ferdinando II: Battipaglia, nascita di una colonia

    Il repertorio di opere pubbliche realizzate durante il regno di Ferdinando II di Borbone fu vastissimo e grandioso. Sovrano lungimirante ed interessato all’innovazione, determinato a mantenere e ad ampliare l’indipendenza del Regno, anche dal punto di vista tecnologico e produttivo, Ferdinando diede forte impulso all’economia in generale e al settore industriale in particolare, nei trent’anni del suo governo, tra il 1830 e il 1860. Le opere pubbliche furono uno dei capitoli maggiori di quel trentennio durante il quale furono progettate e portate a termine nuove infrastrutture, strade, mezzi di comunicazione. La spinta propulsiva di un paese giovane e vivace doveva essere sostenuta anche dalla maggiore produzione agricola, da una maggiore disponibilità di cibo, dal conseguente miglioramento dello stato di salute della popolazione e dalla più alta natalità. Per questo le bonifiche delle aree paludose furono uno dei maggiori impegni del governo ferdinandeo, nel quale, secondo la buona prassi…

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Musica e identità

di Gennaro De Crescenzo   La relazione tenuta dal prof. Gennaro De Crescenzo, presidente del Movimento Neoborbonico, al convegno Gli Eroi del Volturno, svoltosi a Capua il 4 ottobre 2008. «Meglio tornare alla nostra storia, allora. E rifare il percorso all’indietro, cercare di capire le vere cause di una situazione come questa, aspettando di ritornare a camminare con le nostre gambe senza l’aiuto, vero o finto e non richiesto, di nessuno. Da oltre 15 anni siamo impegnati a rintracciare questo filo rosso, consistente e lungo, un vero e proprio “cordone” materno, potremmo dire, dell’identità napoletana e spesso l’abbiamo ritrovato tra le scelte fatte da Carlo o Ferdinando di Borbone, tra le imprese compiute dai napoletani del 1799, i calabresi del 1806 o i lucani del 1860. E quel filo rosso c’era, era chiaro e netto e, continuando il nostro viaggio nel tempo, era lo stesso che teneva uniti i popoli…

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La monarchia tradizionale nel regno di Francesco II

La monarchia tradizionale nel regno di Francesco II   Il breve e drammatico regno dell’ultimo re delle Due Sicilie, Francesco II di Borbone, si risolse interamente nella guerra contro l’invasione del Regno e nel tristissimo epilogo. Cancellato dalla cronaca dell’epoca e dalla storiografia successiva, l’immagine di Francesco II appare priva di un ruolo politico, priva di connotazioni che ne facciano risaltare i pregi e persino i difetti, quasi fosse un personaggio secondario, una comparsa di secondo piano a confronto con i protagonisti delle vicende epocali in scena nel teatro risorgimentale. Anche le critiche, che non gli sono state risparmiate, lo liquidano rapidamente con giudizi sprezzanti più come napoletano che come monarca. Insomma, stando ai libri di storia, di Francesco II sappiamo soltanto che era giovane, schiacciato dalla prepotente personalità paterna, un ingenuo e un po’ inetto che si lasciò travolgere da eventi troppo più grandi di lui.Eppure… Eppure, Francesco II…

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La guerra delle parole

La relazione tenuta dalla prof. Mariolina Spadaro al Convegno di Messina dell’11 marzo 2006, nel 145° anniversario della capitolazione della Real Cittadella. Sappiamo davvero tutto di quanto accadde nei pochi tragici mesi che videro il crollo di uno dei Regni più saldi dell’intera Europa, e l’onta della sconfitta di uno degli eserciti meglio equipaggiati e disciplinati? Ed è credibile che la fine del Regno delle Due Sicilie possa essere stata decretata solo da una guerra militare, nella quale la superiorità tattica, numerica, strategica avrebbe deciso l’esito della battaglia? L’intera vicenda risorgimentale è stata, al di là delle battaglie militari e degli scontri fisici, soprattutto, una guerra delle parole, combattuta, ben più che sul piano militare, su quello ideologico. Una guerra, cioè, che scaturiva dall’ideologia e che l’ideologia tendeva ad imporre: servendosi anche delle armi nel momento dello scontro, ma privilegiando molto di più e molto più a lungo le parole.…

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La battaglia del Volturno

Quella che si combatté sul fiume Volturno non fu soltanto una battaglia tra due eserciti, fu lo scontro tra due culture inconciliabili e tra due concezioni del mondo. La stessa idea di guerra era radicalmente diversa. Il re Francesco II combatteva ancora la guerra delle regole, delle tregue nei giorni di festa religiosa, del rispetto dei patti d’onore, della pietà per i prigionieri e per i caduti. Dall’altra parte, si combatteva la guerra rivoluzionaria, senza regole e senza quartiere, che punta alla distruzione dell’identità del nemico, alla sua conquista ideologica. Una conquista rapace che tutto prende, tutto schiaccia al proprio interesse. Per questo la battaglia del Volturno non è soltanto il maggiore scontro tra gli eserciti che si fronteggiarono nell’attacco al Regno delle Due Sicilie, ma acquista il valore di simbolo del passaggio dal mondo della Tradizione al mondo della rivoluzione. Il testo che offriamo ai lettori ricostruisce la cronologia…

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L’Inghilterra, i Mille e la Russia

L’articolo, pubblicato in occasione del 150° anniversario dello sbarco dei Mille (2011) sul sito di informazione e cultura russa Russianecho a firma di Giuseppe Iannello, si sofferma sulla situazione diplomatica delle grandi potenze dell’epoca e sui rapporti diplomatici intercorsi prima e dopo l’attacco al Regno delle Due Sicilie, tracciando i ruoli avuti dall’Inghilterra, stato “fautore e promotore di tutte le rivoluzioni”, e all’Impero Russo legato da una stretta e lunga alleanza con i Borbone.   Centocinquant’anni fa lo sbarco dei mille in Sicilia che determinerà le sorti dell’Italia. Cosa c’entra la Russia? C’entra in una sorta di guerra asimmetrica1 che ha come scenario l’Oriente, lontano e vicino, tra l’Impero Britannico, padrone dei mari, e l’Impero Russo, tutto continentale, euroasiatico, sempre più bisognoso di sbocchi sicuri sul mare. Il Regno delle due Sicilie era un fedele alleato dello Zar e rappresentava una potenziale mina2 vagante nel cuore del Mediterraneo. La guerra…

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